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Il mio Moleskine virtuale

CANCRO E MOBBING: l'esperienza, la rabbia e la ribellione di chi li combatte. L' SOS di chi vuole essere l'ultima vittima
Updated 6/29/2007
Updated 7/15/2007

BENVENUTI

CIAO SIREM

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IL MO MOLESKINE
November 16

PERCHE' RACCONTO LA MIA ESPERIENZA

 

 

LA  MUSICA CHE MI VA DI SENTIRE ORA...

 

 

  
 
@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@
 
 
 

 

 

 

Quello che sta succedendo oggi a me, potrebbe succedere a te domani.

Il mio desiderio è di:

essere l'ultima vittima!!

"La vittima che tace è complice

dei suoi persecutori,

il suo "silenzio"

è il primo avvallo

di ulteriori violenze".

Spero che questo squarcio di vita possa essere d'aiuto a qualcuno. 

 Lotto perchè in futuro,

nessuno possa permettersi

di far sentire morta una persona  

prima ancora che lo sia.

La mia speranza è che questo:

“SOS”

arrivi a qualcuno che abbia

l'autorità di intervenire.

In quel momento,

nomi e persone

diventeranno reali e i fatti documentati 

 Il mio appello è quello di aiutarmi

a coinvolgere più persone possibile.

Forse tu non hai potere o autorità per fare nulla,

ma prova a inviarlo i tuoi amici:

chissà che non arrivi alla persona giusta?

A qualcuno che è in grado di  fare qualcosa o che sia interessato a portare avanti  

questa lotta.

Non so per quanto tempo ancora sarò in grado di sostenerla

da sola, ammesso che ci sarò! 

   

 

PPC ROI
  Una cara amica e collega
anche lei vittima del mobbing, 
non riuscendo più a resistere
alle "torture" inflitte al lavoro
da quelli che sono a tutti gli effetti i suoi assassini,
 
in preda ad una profonda disperazione,
ha deciso di lasciare questo marcio mondo.
 
Gli ASSASSINI 
sono quelli che l'hanno uccisa dentro:
 il sangue della sua morte atroce
ricadrà sulle loro teste,
dovranno renderne conto a Dio.
 
 
 
 
PPC ROI
November 11

.

Avevo lasciato questo spazio vuoto

in attesa che il blog raggiungesse il suo scopo.

Purtroppo questo non è avvenuto.

La Cassazione ha espresso il suo parere

(non per il mio caso, ma non fa differenza)

dicendo che:

IL MOBBING NON E' UN REATO PENALE, MA CIVILE.

I processi civili possono durare

decine e decine di anni,

quindi tutto è stato inutile.

Anzi quello che ho fatto:

denunciare e urlare le ingiustizie

non ha fatto altro che

portarmi ancora più ingiustizie da subire.

La situzione è andata solo peggiorando.

Di positivo posso dire che

ho ricevuto tanta solidarietà,

ma tutta da persone che come me

 non possono fare nulla,

non posso risolvere nulla.

Ho avuto la speranza

di poter essere d'aiuto a qualcuno.

Speranza andata perduta.

Mi dispiace,

ho provato,

ma sono stata un fallimento.

Spero solo che

nessuno abbia sperato, come me,

 in una qualsiasi vittoria,

avrei deluso involontariamente anche lui/lei.

Ho fatto e scritto questo blog

con sincerità, mettendoci l'anima,

questo lo posso dire con tranquillità.

Ora...non so che dire,

ora provo ancora a sopravvivere.

La giustizia non c'è,

è brutto ammetterlo, ma è così.

La Cassazione non mi porterà via però

tutti voi amici virtuali: questo no.

Ancora l'ingiustizia, nella sua potenza

 non può fare questo.

Sirem 

 

November 08

IL MIO 11 SETTEMBRE

 

 IL MIO 11 SETTEMBRE

 

Siamo nel 2002:

tutti quel giorno ricordano l'attentato di New York

 dell'anno precedente.

A me sembra di vivere l'attentato stesso.

 Penso a quei maledetti aerei,

ai passeggeri che erano a bordo.

Chissà chi era seduto accanto agli attentatori? 

 Uno di loro forse era quel bel giovane, educato,

 con cui hanno scambiato qualche parola prima del decollo,

non sospettando minimamente  che in realtà fosse

un mostro, un assassino integralista.

No, non sono in volo,

sto camminando per strada.

E' una bella giornata settembrina,

c'è un fresco vento di tramontana,

il cielo è così azzurro

che all'orizzonte si confonde con il mare.

 Incontro un signore distinto,

non lo conosco.

 Mi ferma e si presenta:

"Piacere signor Cancro" sento dire. 

Non riesco nemmeno a pronunciare il mio nome,

 la voce mi muore in gola. 

 Un brivido gelido e paralizzate,

mi percorre il corpo,

cerco di ritrarre la mano

da quella stretta vigorosa:

 non ci riesco. 

E' una stretta forte come una morsa d'acciaio.

Non molla la mia mano,

non la mollerà mai più.

Tre giorni dopo,

sarei dovuta tornare 

a fare quello che era "il mio lavoro".

Un posto importante, l'apice della mia carriera.

Non potevo più tornarci,

non potevo più fare quel lavoro così bello,

ma così impegnativo:

AVEVO UN CANCRO.
 

 

November 07

IL DOVERE MI CHIAMA

 

  IL DOVERE MI CHIAMA

 

 

 

 

Nel 1998 lascio “il mio lavoro”

 (allora credevo temporaneamente),

 per accudire mio padre gravemente malato.

Sono figlia unica,

 mia madre operata tre volte di cancro

non è in grado di farlo,

tocca a me: è mio dovere.

Vado così a vivere in un paesino di campagna,

dove i miei genitori si erano trasferiti.

Accetto anche di svolgere un nuovo lavoro, 

 totalmente diverso dal precedente.

"Conoscerò nuove persone,

farò nuove amicizie",

-dico a me stessa-

 cercando di vedere sempre

il lato positivo in tutto.

Invece l'ambiente di lavoro

mi è ostile da subito:

è un circolo chiuso,

non accettano estranei.

L’INCONTRO

 
 L’INCONTRO
 
 

Il tempo passa,

dal 1998 siamo nel 2001.

 Sono distrutta

dopo anni senza riposare bene,

nè vedere nessuno,

tranne:

casa, lavoro, ospedali, malati

e persone tristi.

Decido per distrarmi di iscrivermi ad una scuola di ballo.

Lì la mia mente è concentrata nell'apprendere i nuovi passi

di danza, sono contenta:

 ho trovato il rimedio giusto per svagarmi.

Quelle due ore settimanali,

col senno del poi, posso affermare che

si sono rivelate la mia salvezza

per evitare di cadere in

un esaurimento nervoso.

Nasce anche una simpatia con il ballerino

a me assegnatomi.

 All'inizio essendo lui più giovane

di nove anni,

"non lo vedo" neanche.

 Lui invece inizia a corteggiarmi con insistenza,

 nonostante i miei impegni

mi permettano di incontrarlo

solo una volta la settimana: a scuola.


 

IL VERDETTO E LA SOPRAVVIVENZA

 
 
IL VERDETTO E LA SOPRAVVIVENZA

 

Pochi giorni prima del Natale 2001,

mio padre ci saluta per sempre.
 

 
 
 
Poco dopo avverto una
“strana stanchezza”,
qualcosa che non so descrivere bene.
Era il mio nuovo “coinquilino”.
 
“CANCRO” è il verdetto dei medici.
 
Appresa la notizia,
la prima cosa che penso,
 con mia gran meraviglia e spavento
non è:“morirò” ma:
“è finita la mia storia con Paolo”
 (nome  di fantasia) il mio ballerino.
 
Nel frattempo avevamo avuto il modo di frequentarci,
ma non credevo fosse diventato così importante per me,
 o forse non volevo crederlo per paura:
avevo già un divorzio alle spalle,
anche se senza figli.

 

 

DOVERI SEMPRE DOVERI: MA A ME CHI PENSA?

 
 
 DOVERI SEMPRE DOVERI:
MA A ME CHI PENSA?

 


“Operare subito, con urgenza”,

questo dicono i medici

 
ho appena compiuto 40 anni,
(secondo loro: sono giovane),
le cellule, quelle che sono come
“gli esattori delle tasse”,
 si riproducono in fretta.
“Non posso” dico,
 
“devo pensare a mia madre”,
 
sono a 500 km di distanza da casa,
 
“come faccio a dire ad una persona malata
 
che dipende da me in tutto,
 
anche economicamente e,
 
che le è da poco morto il marito
 
che potrebbe perdere anche
 
l’unica figlia che ha?”
 
 
Mi metto in viaggio verso casa,
 da sola
con quel verdetto pesante
che mi piega le spalle e le lacrime di rabbia
che non smettono mai di scendere
per tutto il viaggio.

 

 

SPERANZA, SOFFERENZA E…SOLITUDINE

 
 SPERANZA, SOFFERENZA E…SOLITUDINE

 

Il medico che mi segue

 vuole farmi sottoporre agli stessi esami,

 in un'altra città,

dove c’è un centro specializzato

 per questo tipo di tumore.

 

Il guaio è che non sono in grado

dopo aver ricevuto la notizia e

aver fatto un lungo viaggio,

 di rimettermi in auto da sola,

 per raggiungere questo centro

a centinaia di km,

 facendo andata-ritorno in giornata.

 

Chiedo a Paolo se può accompagnarmi.

 

Il Professore, finiti i nuovi controlli,

conferma il verdetto

 e aggiunge l’urgenza dell’intervento:

 ogni giorno che passa

il rischio per me è vitale.

 

 

 

ORGANIZZO LA “MIA ULTIMA SETTIMANA"

 

  ORGANIZZO LA “MIA ULTIMA SETTIMANA”


 

Tornata a casa

scrivo per una settimana intera:

è pazzesco

quante cose si hanno in sospeso,

 quando scopri che nell’arco di pochi giorni,

potresti non esserci più.

 

Ci sono istruzioni su tutto da lasciare:

dalla banca, al codice della cassaforte,

 da dove tieni certi oggetti, alle cose rinviate,

 quelle della serie:

“la faccio poi tanto c’è tempo...”.

 

Cosa ancora più importante,

quello che non hai detto alle persone care:

"quanto gli vuoi bene...",

 "quanto sono importanti per te...",

 "quanto ti mancheranno...",

 "come sei stata bene quel giorno che…"

ecc...

 

Sono una che non nasconde ciò

 che prova,

lo dice sempre,

perchè è bello dirlo,

eppure in un momento così,

ti rendi conto che

non hai mai detto abbastanza.

 

Predispongo tutto,

faccio testamento,

 scrivo ad amici e amiche,

poi raccolgo

tutte le buste contenenti le lettere,

 le metto in un “megabustone”,

da consegnare al medico prima

dell’intervento, con l'accordo

di restituirmelo al mio risveglio,

altrimenti

di aprirlo e seguire le istruzioni.

 

Me l’ha restituito!!!

 

LA "FINTA VACANZA"

 
“LA FINTA VACANZA”

A mia madre non dico la verità,
ma solo che ho
un piccolo nodulo da togliere e
 che ho deciso di farmi operare
nella città